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Arturo Martini - Ratto d’Europa

Bronzo, 1946 /28x27,5x8 cm


TESTO CRITICO DELL'OPERA


Artista di cultura profondamente europea ma sempre legato a concezione e temi “antichi” della scultura, Martini è uno scultore che sente profondamente in sé il limite e finanche la fine della sua arte (e forse proprio dell’Arte: nel 1945 scrive un testo dall’eloquente titolo La scultura lingua morta), eppure lavora fin da giovane nel solco di una “tradizione” che desidera rinnovare – e che lo porta non a caso ad aderire con soluzioni molto personali al primitivismo e al ritorno all’arcaica purezza della scultura antica propugnati da Valori Plastici. Qui il tema del mito è trattato con una resa che ricorda la piccola scultura fittile antica, etrusca o cicladica, ma nutrita di riferimenti contemporanei, in quella commistione di rimandi sparsi nei secoli della storia dell’arte che lo caratterizza. (Marco Tarsetti)


BIOGRAFIA


Nasce a Treviso l’11 agosto 1889. Autodidatta, si forma a Treviso e Venezia come orafo e ceramista (esperienze che gli lasciano un grande amore artigianale per la materia). Fondamentale il periodo in cui studia a Monaco, venendo a contatto con la scultura di Adolf von Hildebrand; nel 1911 è a Parigi. Negli anni Venti aderisce a “Valori Plastici”, superando il naturalismo ottocentesco in direzione di una plastica lineare che fa rivivere la solennità della scultura antica. Nonostante questi contatti europei ed un clima in cui assorbe aspetti del simbolismo, egli resterà sempre legato a forme di espressione tradizionale, che si inseriscono nel clima di “ritorno all’ordine” di quegli anni e lo conducono verso forme primitiviste e sintetiche. Primitivismo e semplificazioni comunque nutriti di profonda e varia cultura, che spazia dalla statuaria arcaica ed etrusca, al Quattrocento italiano fino al contemporaneo; nei piccoli bronzi e nelle terrecotte questo equilibrio tra riferimenti culturali e vena popolare è particolarmente riuscito. Tra gli anni Trenta e Quaranta sono numerose le commissioni monumentali e le collaborazioni architettoniche con il regime; dopo il Quaranta invece giunge quasi all’astrazione, maturando una riflessione amara sui limiti della scultura che lo porterà nel 1945 alla pubblicazione dello scritto La scultura lingua morta. La sua opera, molto vasta, è caratterizzata da una plasticità molto sicura ed immediata, unita ad una certa felicità d’invenzione e alla più profonda padronanza delle tecniche. Muore a Milano il 22 marzo 1947.