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Arturo Martini - L'amplesso

Bronzo, 1941 /23,5x19x11,5 cm


TESTO CRITICO DELL'OPERA


Artista che unisce plasticità sicura e la sua felicità d’invenzione ad una estrema padronanza delle tecniche, Martini avrà per tutta la vita un profondo amore artigianale per la materia e la manualità del fare arte. In questo gruppo il soggetto, seppure spinto e “movimentato” nel tema, è in realtà statico e chiuso in una composizione rigidissima: le spalle dei due amanti quasi formano un parallelepipedo. La raffigurazione contrasta dunque profondamente con la realizzazione: sfruttando le sue qualità tecniche, Martini ci propone un affascinante contrasto tra la vitalità sessuale del corpo e la pesantezza della rappresentazione scultorea dello stesso. (Marco Tarsetti)


BIOGRAFIA


Nasce a Treviso l’11 agosto 1889. Autodidatta, si forma a Treviso e Venezia come orafo e ceramista (esperienze che gli lasciano un grande amore artigianale per la materia). Fondamentale il periodo in cui studia a Monaco, venendo a contatto con la scultura di Adolf von Hildebrand; nel 1911 è a Parigi. Negli anni Venti aderisce a “Valori Plastici”, superando il naturalismo ottocentesco in direzione di una plastica lineare che fa rivivere la solennità della scultura antica. Nonostante questi contatti europei ed un clima in cui assorbe aspetti del simbolismo, egli resterà sempre legato a forme di espressione tradizionale, che si inseriscono nel clima di “ritorno all’ordine” di quegli anni e lo conducono verso forme primitiviste e sintetiche. Primitivismo e semplificazioni comunque nutriti di profonda e varia cultura, che spazia dalla statuaria arcaica ed etrusca, al Quattrocento italiano fino al contemporaneo; nei piccoli bronzi e nelle terrecotte questo equilibrio tra riferimenti culturali e vena popolare è particolarmente riuscito. Tra gli anni Trenta e Quaranta sono numerose le commissioni monumentali e le collaborazioni architettoniche con il regime; dopo il Quaranta invece giunge quasi all’astrazione, maturando una riflessione amara sui limiti della scultura che lo porterà nel 1945 alla pubblicazione dello scritto La scultura lingua morta. La sua opera, molto vasta, è caratterizzata da una plasticità molto sicura ed immediata, unita ad una certa felicità d’invenzione e alla più profonda padronanza delle tecniche. Muore a Milano il 22 marzo 1947.